OKLab: perché ruotare una tinta rovina l'immagine

Prendi un'immagine ambra e ruotane la tinta verso il blu. Se lo fai nel modo consueto — quello che quasi tutti i software offrono per primo — ottieni un'immagine blu che è anche più scura, con i rilievi appiattiti e i bagliori spenti. Non hai chiesto di cambiare la luminosità: l'hai cambiata comunque, senza accorgertene.

Il motivo è che gli spazi colore in cui si lavora per abitudine non sono costruiti sull'occhio. Questo articolo spiega perché, cos'è OKLab, e perché è il motivo per cui una stessa geometria del nostro catalogo esiste in sedici o diciotto luci diverse che si somigliano nella forma senza somigliarsi nel colore.

Il problema: HSL misura numeri, non percezione

Nel modello HSL ogni colore ha una tinta, una saturazione e una «luminosità». Il guaio è nelle virgolette: quella L è una convenzione aritmetica, non una misura di quanto una cosa appare chiara. Un giallo puro e un blu puro con la stessa L sulla carta sono uno abbagliante e l'altro cupo. La differenza è enorme e la vede chiunque, ma il numero è identico.

Ne segue che ruotare la tinta a saturazione e luminosità costanti non è un'operazione neutra: attraversando la ruota si passa da regioni percettivamente chiare a regioni percettivamente scure, e l'immagine si schiarisce e si scurisce da sola mentre pensavi di starle solo cambiando colore.

Il secondo sintomo si vede nelle sfumature. Interpolando fra due colori lontani in sRGB si passa quasi sempre per un centro slavato e grigiastro: il classico blu-giallo che a metà strada diventa un fango indeciso. Non è un errore di chi l'ha fatto: è la geometria dello spazio in cui è stata fatta l'operazione.

Che cos'è OKLab

OKLab è uno spazio colore costruito perché distanze uguali al suo interno corrispondano a differenze percepite uguali. Ha tre coordinate: una L che è la chiarezza percepita — quella vera, quella per cui giallo e blu ugualmente chiari hanno lo stesso numero — e due assi che descrivono la tinta e quanto è satura.

La conseguenza pratica è tutta in una frase: in OKLab si può cambiare la tinta senza toccare la chiarezza. La rotazione diventa una rotazione e basta. Il modellato — i rilievi, gli spessori, il modo in cui la luce corre lungo una piega — resta esattamente dov'era, perché quel modellato vive nella L, e la L non è stata toccata.

La stessa cosa vale per le sfumature: interpolare in OKLab dà passaggi che non hanno il buco grigiastro nel mezzo, perché il percorso fra i due estremi è dritto rispetto a come lo vede l'occhio, non rispetto a come lo scrive il monitor.

Cosa ci facciamo: tre modi di cambiare colore senza rifare il disegno

Ogni pack del catalogo nasce da una geometria sola. Le sedici o diciotto varianti che trovi in vendita non sono sedici disegni: sono la stessa materia illuminata in modi diversi, e la trasformazione avviene per intero in OKLab. Gli assi sono tre.

La rotazione. Tutte le tinte ruotano dello stesso angolo. È l'operazione più semplice, ed è anche quella che si esaurisce prima: dopo un certo numero di giri si torna al punto di partenza, e le varianti cominciano a somigliarsi.

La rimappatura dell'arco. Qui non si ruota: si prende l'intervallo di tinte effettivamente presente nell'immagine — che di solito è una fetta stretta, non tutta la ruota — e lo si stende su un'ampiezza diversa. Un pack che va dall'ambra al rosso può diventare uno che va dal verderame al blu profondo, con le stesse identiche relazioni interne. È questo, non la rotazione, a produrre mondi davvero nuovi.

La monocromia. Si tiene una tinta sola e si lascia intatto tutto il modellato. Il risultato non è un'immagine piatta: è la stessa scultura in un materiale diverso.

Nessuno dei tre tocca la forma, ed è il motivo per cui una colorway in più non costa un disegno in più — il che, per un catalogo, cambia l'aritmetica di tutto.

Il limite: dove OKLab non basta

Qui va detta la parte che di solito si tace. Una rotazione globale di tinta funziona bene su un'immagine astratta, dove la tinta è l'argomento e non c'è niente che il lettore sappia già di che colore dovrebbe essere. Su una fotografia non funziona, e OKLab non ci salva: ruotare tutto di quindici gradi porta la pelle sul verde, e nessuno spazio percettivamente uniforme rende accettabile una faccia verde.

Sulle immagini in cui esistono colori con una memoria — la pelle, il cielo, il verde delle foglie — la trasformazione va vincolata: si tengono ferme le bande di tinta che l'occhio riconosce e si lascia muovere il resto. È una regola che ci siamo scritti mentre lavoravamo alla seconda linea, quella dei preset per la fotografia, e vale la pena dirla ad alta voce: lo strumento che dà sedici mondi a un'immagine astratta, applicato tale e quale a un ritratto, lo rovina.

C'è un secondo limite, di natura diversa. Alcune operazioni non sono affatto una funzione del singolo pixel: alte luci, ombre, chiarezza dipendono da cosa c'è intorno. Nessuna tabella di conversione colore può contenerle, per quanto sia buono lo spazio in cui la scrivi. Quel che è spaziale non si comprime in una mappatura per-pixel.

Come si vede la differenza, senza strumenti

  • Metti due colorway dello stesso pack una accanto all'altra. Se il rilievo e la profondità sono gli stessi e cambia solo il mondo, la trasformazione ha rispettato la chiarezza. Se una delle due sembra sbiadita o schiacciata, non l'ha fatto.
  • Guarda i bagliori. In una rotazione fatta bene il bagliore cambia tinta insieme al corpo che lo emette. Se il corpo cambia colore e l'alone resta indietro, sono stati trattati separatamente.
  • Cerca il centro delle sfumature lunghe. Un passaggio che a metà diventa grigiastro è stato interpolato in uno spazio che non è quello giusto.

Dove lo trovi nel catalogo

I pack con più luci sono quelli in cui l'effetto si legge meglio: Notturno ha diciannove varianti sulla stessa geometria, Mazzo trentasei fra archi cromatici e composizioni. Il modo più economico di verificarlo è il pack gratuito: iscriviti alla newsletter, ricevi il codice e scarica Essenziale, cinque luci sulla stessa materia.

Sulla parte fotografica — dove le stesse operazioni vanno vincolate invece che applicate a tappeto — stiamo lavorando: la pagina dei preset raccoglie gli indirizzi di chi vuole saperlo quando è pronta.

Domande frequenti su OKLab e colore

Cos'è OKLab in parole semplici?

Uno spazio colore in cui distanze uguali corrispondono a differenze percepite uguali. La sua coordinata di chiarezza misura quanto un colore appare chiaro, non un valore aritmetico: per questo un giallo e un blu ugualmente chiari hanno lo stesso numero, cosa che in HSL non accade.

Perché ruotare la tinta in HSL rovina l'immagine?

Perché la L di HSL non è la chiarezza percepita: ruotando la tinta si attraversano regioni che l'occhio vede come più chiare o più scure, quindi l'immagine si schiarisce e si scurisce da sola. Il modellato si appiattisce e i bagliori si spengono senza che nessuno l'abbia chiesto.

Perché le sfumature diventano grigiastre al centro?

Perché sono state interpolate in uno spazio non percettivamente uniforme, tipicamente sRGB: il percorso fra i due estremi passa per una zona desaturata. Interpolando in OKLab il passaggio resta pieno per tutta la sua lunghezza.

OKLab si può usare anche sulle fotografie?

Con cautela. Una rotazione globale di tinta va bene su un'immagine astratta, dove la tinta è l'argomento; su una fotografia sposta anche i colori che l'occhio conosce a memoria, e la pelle finisce sul verde. Sulle foto la trasformazione va vincolata tenendo ferme le bande di tinta riconoscibili.

Perché una colorway in più non costa quanto un disegno in più?

Perché non è un disegno nuovo: è la stessa geometria con la tinta trasformata in OKLab, senza toccare la chiarezza. La forma, il rilievo e il modellato restano quelli. È il motivo per cui un pack può avere sedici o trentasei varianti coerenti fra loro.